Non basta chiedere. Dobbiamo accompagnare

Sul tema della «cittadinanza attiva» è stato scritto molto, moltissimo. E quando vengono chiamati in causa i ragazzi spesso l’accento è messo sulle loro difficoltà, sulle carenze, considerandoli un anello debole, lamentandosi proprio del loro poco attivismo, della loro scarsa partecipazione (dimenticando tra l’altro che gli stessi ragazzi sono specchio della società in cui vivono e che dunque il problema è tanto loro quanto degli adulti).

Il nocciolo della questione e la spiegazione più evidente di questo fenomeno è che la richiesta di «partecipazione» sovente si limita a un chiedere qualcosa a qualcuno, a domandare un parere, a pretendere una decisione. Ma, di contro, cosa si mette sul piatto, cosa si offre in cambio, come si aiuta loro a capire, a scegliere? Il processo di partecipazione, affinché funzioni, dovrebbe aiutare i ragazzi a crescere, dovrebbe offrire un’esperienza, per capire meglio, per contare di più. Il processo partecipativo, in altri termini, deve creare valore, non semplicemente dare parola. Non dunque un «vieni e dimmi», bensì dammi un parere consapevole, che sia frutto di un percorso, di un’esperienza.

Creare quel percorso, costruire un’esperienza, è il compito degli adulti. Se chiedo ai ragazzi la responsabilità del partecipare, devo offrire la responsabilità di un’esperienza guidata, progettata, condotta. Altrimenti continueremo a chiamare «attivo» ciò che nella realtà è sempre e soltanto «passivo», confondendo i buoni propositi con obiettivi certi, auspicabili, raggiungibili.

Paolo Maria Ferrari

Il processo partecipativo, in altri termini, deve creare valore, non semplicemente dare parola.

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